ultimo allenamento per la trans provence

Monte Bianco, 18-19 settembre 2010

Le previsioni meteo danno bel tempo per il sabato. Arrivo a Courmayeur alle 12, in netto ritardo sul mio piano originario che mi voleva pronto sulla bici alle nove del mattina. E, naturalmente, piove. Ma sono qui, due ore e mezza di auto, che faccio — mi tiro indietro ? Sicuro che prima o poi il sole esce inizio a pedalare.

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Da la Palud, pochi km a nord di Courmayeur, scendo sulla strada fino a incrociare il ponte che oltrepassa la Dora Baltea e seguo le indicazioni per la Val Veny. Salita su asfalto lunga e faticosa; poca gente in giro, vedo solo un paio di ciclisti che aspettano riparati sotto una tettoia e ai quali urlo “dove andate ?”, e loro: “contavamo di andare su !”, “ok ci vediamo su allora !”, dico io, immaginando che il mio su sia uguale al loro su.

Pedalo fino su al col de Seigne; nonostante il grigiume sono contento quando imbocco la sterrata drittissima che porta fin sotto al rifugio Elisabetta; impegnativi i tornanti che ti fanno prendere quota di botto e ti fanno sbucare sul Vallone de la Lex Blanche; quando avevo fatto nel 2008 il giro del Monte Bianco a piedi, arrivando dalla Francia io e Giulia avevamo percorso l’itinerario alternativo che passa da dietro le Pyramides Calcaires, quindi mi ero perso questo pezzo vallone. Qui smette di piovere e faccio la prima sosta per mangiare (piadina alla mortadella #1).

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La salita finale al colle è un misto tra spinta e qualche timido accenno a pedalare. Arrivo in cima, mi infilo le ginocchiere e faccio la discesa molto cauto; tutto il terreno era ormai zuppo di acqua e fangoso, ringrazio le sante Maxxis Minion Supertacky, che sono toste da pedalare ma che conservano grip sufficiente anche in queste condizioni limite. Le mani iniziano a congelarsi, la visibilità è scarsa quindi spesso controllo la traccia gps per non sbagliare direzione. Arrivo comunque in poco tempo alla serie di facili tornanti che portano al rifugio des Mottets; da qui tutta discesa fino a les Chapieux, dove infreddolito e bagnato trovo il refuge de la Nova aperto e sfodero il mio brillante francese.

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Francese per avventurieri in mountain-bike

Il piano originale era di arrivare in serata fino su al rifugio della Croix du Bonhomme e sfruttare il locale invernale. Impossibile pero’ partendo alle 12 del mattino, con un tempo pessimo come quello incontrato. Quindi, considerando il bagaglio che avevo dietro (un paio di calzini di ricambio, una maglia di lana extra che avevo indosso fin dalla discesa dal col de Seigne) ho pure avuto culo a beccare questo rifugio aperto, perché tutti gli altri erano chiusi.

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E quindi ecco il francese che due amici mi avevano insegnato il giorno prima in ufficio:

“Avez-vous une place pour ce-soire” (importante assicurarsi che il ciclista dorma)

“Il ya une place pour garder mon velo” (ma anche la bici è importante che stia al riparo).

Cormet de Roselend

Alle cinque del pomeriggio dunque ero con un posto per la notte assicurato; ma di voglia di bici ne avevo ancora, quindi continuo a pedalare e mi trovo, più per caso che per altro, sulla strada che porta al Cormet de Roselend, di cui avevo letto qualcosa nei giorni precedenti; una salita famosa del Tour de France, o qualcosa del genere.

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Sono sei chilometri, con dei segnavia ogni km che mostravano la pendenza media; non vedo assolutamente niente del panorama, le nuvole cariche di pioggia sono basse e la luce si è incupita. Ma oramai ci sono, manca ancora poco; spingo sui rapporti più leggeri che trovo, e dopo un bel po’ di tempo arrivo in cima. Foto e pisciatina, poi dalla nebbia vedo sbucare fuori un tizio improbabile, con pantaloncini corti, guanti a mezze dita, una bici da turismo carica di bagagli; io sono contento, anche lui è contento.

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Gli chiedo: da dove vieni ? E lui: da Londra. Gli chiedo: dove vai ? E lui: a Londra !. E poi fa una lista casuale di nazioni che visitato in questo mese e mezzo di viaggio: Slovenia, Bulgaria, Francia, Germania, Svizzera e altre ancora. Mi mostra con un pizzico di orgoglio il suo mezzo dunque, una Dawes con telaio in acciaio, parafanghi, freni a pattino che, dice, non funzionano granché sotto la pioggia e con tutto questo bagaglio su; la sella Brooks che finora avevo sempre snobbato perché le vedevo sulle bici a scatto fisso dei modaioli e lui mi parla invece con ammirazione di questa sella viva, che prende la forma del tuo sedere e il cui unico difetto è quando si bagna che si inzuppa tutta; come un sedere vero, penso io.

Il ragazzo naturalmente è inglese. E mi sorprende una volta di più quando mi chiede se gli posso fare una foto, e tira fuori una Yashica T4. Per chi non lo sapesse: una compatta a pellicola, con obiettivo Zeiss. Pellicola, capito ? Ce l’avevo anche io una T4. Improbabile davvero. Se non gli avessi fatto una foto, mi starei adesso a chiedere “ma me lo sono sognato questo qui ?”.

Cena al rifugio

Con le mani completamente paralizzate dal freddo, volo giù a les Chapieux, al rifugio. Controllo finale sul gps: 45km e 1800m di dislivello. Al rifugio mi trovo a cena con due giapponesi, due danesi e un francese. Alle nostre spalle, una chiassosa tavolata di francesi, con mamme, papa’ e bambini. Tutti in giro allegramente per il Monte Bianco; dove sono gli italiani ? Sotto una tettoia a ripararsi dall’acqua ?

Comunque sia, la compagnia è stimolante e divertente; mi accorgo di come faccia fatica a ritrovarmi tra sconosciuti ormai, ma siamo tutti ugualmente autistici, noi che andiamo in montagna, quindi mi rilasso e mi gusto una brodaglia di verdure che mai avrei sognato di apprezzare così tanto.

Prima o poi il sole esce

Domenica quindi mi sveglio con calma; prima o poi il sole esce, appunto !

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Colazione con tè caldo, venti fette di pane e marmellata e cereali col latte. Tiro fuori la bici, e faccio quello che avrei voluto fare ieri: la salita al col du Bonhomme. Il sentiero parte proprio davanti al rifugio, ed è tutto uno spingere su, un calpestare merde di capre e seguire la traccia infinita rinfrancato dal sole alle spalle. Qualche tratto con la bici in spalla, il resto a spinta, di pedalare non se ne parla.

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Arrivo infine in cima, e mi faccio la mia merenda (piadina alla mortadella #2). Poi scendo con qualche difficoltà per lo stesso sentiero di salita; molto più facile dell’altro sentiero che conoscevo, e che andava al col des Fours e poi giù a Ville de Glacier, ma non mi sento molto sicuro e naturalmente non posso assolutamente cadere. Scendo dalla bici più volte e non mi diverto molto. Ritorno al punto di partenza: les Chapieux. Mi tolgo la giacca a vento, le protezioni, e ricomincio a pedalare verso l’Italia. Pedala pedala, eccomi di nuovo al rifugio des Mottets da cui parte la salita a tornantoni per il col de Seigne. Scendo dalla bici che non ce la faccio più a pedalare, e spingo spingo. Dopo altre trenta ore di spinta arrivo al ventosissimo colle; stavolta rispetto a ieri c’è un panorama da favola, con le Pyramides Calcaires in primo piano.

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Torinesi

Ieri dunque: un inglese che sta in giro per l’Europa in bici da un mese e mezzo, i giapponesi affascinati dal Monte Bianco, i danesi che mi parlavano della loro ‘Sky Mountain’ di cento e passa metri di quota. Oggi: italiani. Picci e Pucci, due ragazzi torinesi, con degli inconfondibili rayban da struscio e pantaloncini corti per mettere in mostra il tatuaggio sul polpaccio. La prima cosa che mi chiedono (e che, francamente, me li squalifica all’istante) è: scusa ma sai dove siamo ?. Poi: no perché’ abbiamo fatto questa salita in due ore, siamo molto in forma capisci ?… noi ogni giorno corsa-palestra-bici, capito ? Ah, ma tu se in bici ? Eh mi piacerebbe, anche io faccio bici eh ? Spinning, due volte a settimana, ma duro eh ?, centosessanta-centosettanta ! (suona il cellulare, picci risponde) “Uè mamma ma diglielo a quella stronza che io la licenzio eh !”.

Ultimi trecento metri

La discesa dal Col de Seigne è facile e divertentissima; poi c’è il sole che ti rincuora, e finalmente mi ritorna il gusto; la bici galleggia sulle pietre, e un paio di curvette scavate nella terra sono da sogno.

Alla fine del vallone de la Lex Blanche ricordo di andare a prendere il sentiero che corre sul versante sud. E che spettacolo si apre sotto di te non appena ti affacci su questo sentiero ! L’intera Val Veny sotto di te, e l’incredibile accostamento di ghiacciai e guglie rocciose appuntite sulla sinistra. Il sentiero è facile ma delicato perché abbastanza esposto; arrivo giù felice e un po’ sollevato, come al termini delle scalate, che un po’, devi ammetterlo, sei contento perché l’hai scampata più che per la conquista ‘tecnica’ della salita (o della discesa, nel caso della bici).

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Pedalo allegramente il falsopiano della vallata fino ad arrivare a quel bivio che temevo; a destra si sale su, continuando il vero e proprio sentiero TMB (Tour de Mont Blanc), andando dritto invece mi ritroverei in cinque minuti sull’asfalto e di lì in un lampo all’auto. Ma c’è ancora sole e tempo; controllo sulla carta, vedo che da qui si tratta di una breve salita fino all’Arp Vieille Superiore, forse solo trecento metri di dislivello, e poi un lungo sentiero in discesa fino al Col Checroui. Mi lascio tentare, e faccio quest’ultima fatica; senza mezzi termini, infinita ed estenuante. Finisce prima l’acqua della salita ma finalmente arrivo al culmine.

E inizia la discesa; e qui scopro il sentiero più bello di tutta la gita — un lunghissimo sentiero di montagna, a volte molto esposto, a volte scorrevole, di un impatto incredibile perché lo percorri sapendo di essere immerso in un puro distillato di mountain bike. Un paesaggio di alta montagna severo, illuminato dalla luce calda del sole calante, ci sei solo tu e se sbagli sei fregato; devi esercitare un controllo estremo delle tue emozioni e, di conseguenza, della bici; controlli la bici e controlli te stesso, e controlli te stesso e quindi la bici; per goderti questo pezzo devi entrare in sintonia completa con il mezzo, solo così puoi goderti la discesa controllando la velocità, approfittando di quei tratti dove il sentiero spiana e ti offre una certa sicurezza psicologica per mollare i freni e goderti quell’istante di vento furioso in faccia, prima di richiuderti e concentrati sul passaggio che corre tra il ciglio da una parte e la parte scassata del sentiero dall’altra.

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Mi fermo un paio di volte e mi rigiro ad ammirare questa bellissima traccia disegnata sul costone della montagna; provo una sensazione di libertà inebriante, riparto e mi alzo a spingere sui pedali per vedere cosa c’è ancora dietro, e vedo la mia ombra in piedi sui pedali che attacca il sentiero e questo mi eccita ancora di più, come se avessi appena iniziato il giro e avessi forze da spendere.

Invece le energie sono finite, arrivo al rifugio Maison Vieille al col de Checroui dove prendo una Coca Cola e un suggerimento da parte del gestore, un energico toscano appassionato di motori e bici, di tagliare per un sentiero che porta al rifugio Monte Bianco, da cui poi scendere giù per la Val Veny e incontrare nuovamente quella strada asfaltata che due ore prima avevo lasciato per fare questi ultimi trecento metri verticali.

Questo sentiero si rivela essere il più tossico di tutti (in blu nella mappetta qui sopra), ed io sono troppo stanco per poter far altro se non lasciarmi trasportare giù dalla bici quando lei vuole, e spingerla a mano per superare le innumerevoli radici e gradoni, quando lei non vuole. Arrivo alle sette e mezza di sera all’auto; il gps è morto mezz’ora prima, ma approssimativamente oggi ho fatto circa 40km e 2500m di dislivello.

Mi sento pronto, nello spirito e nel fisico, per la Trans-Provence.

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