Recentemente mi sono imbattuto in due cose meravigliose. La prima, una serie di foto scattate in Pakistan da un giovane, pluripremiato, fotografo, Muhammed Muheisen.

La seconda, un piccolo saggio di Marina Keegan, pieno di speranza, gioia di vivere e quel senso di fratellanza e comunità che si ha solo a vent’anni.

Entrambe le cose hanno un risvolto tragico, scontato nel caso delle fotografie di Muhammed, visto che ci si immagina la probabile fine che potranno fare i ragazzini da lui ritratti, meno scontato ma ugualmente raggelante nel secondo — Marina infatti è poi morta in un incidente stradale cinque giorni dopo il suo graduation day, conferendo una certa potenza a queste sue ultime parole.

Trovo rinfrescanti le fotografie di Muheisen. In mezzo a tutto l’orrore e la disperazione che viene dal Medio Oriente e di cui sembra che l’Occidente ami cibarsi, quasi a scacciare via le brutture della vita (vedi ad esempio le foto dell’italiano Longari, Muheisen riesce a ritrarre con serenità la naturale bellezza dei bambini pakistani e afghani1. Io ho ritrovato un ovvio richiamo al famoso ritratto di Sharbat Gula di Steve McCurry (la famosa “Afghan Girl“), ma apprezzo principalmente il fatto che Muheisen riesca ad affrontare un tema così spinoso come quello dei profughi afghani e i conflitti — implicitamente alla base di storie così tristi — con un occhio ben diverso da quello di Longari e altri che hanno invece puntato i loro obiettivi sul sangue, sulla morte, sui bimbi di 10 mesi ammazzati da bombe.

Muheisen insomma mostra quello che gli ottimisti tra noi vedono come la naturale predisposizione dell’umanità, cioè alla sopravvivenza, alla ricerca del gioco e del divertimento nelle situazioni più tristi e scabrose (gli altri, i pessimisti, avranno ovviamente la visione opposta e condivideranno di più le foto di sangue e morti ammazzati che vedono invece come la naturale predisposizione dell’uomo).

Sarà un caso che Muheisen ha 31 anni e Longari quasi 50?

TIME dice del primo:

Muheisen’s images often capture the innocent cheer and simplicity of his subject’s life, all while managing to evade the countless photographic cliches that such scenes so often present. Born in Jerusalem, Muheisen is no stranger to conflict himself, and his later experiences covering wars in Iraq and Syria have reinforced his commitment to illuminating the lives — and the struggles — of his subjects.

“All the children of the world share something in common, wherever they are from,” he says. “An image of boys and girls skipping rope: that could happen anywhere in the world. Children are powerless, and I always do my best to let my image be their voice, and let my picture carry their voice to the outside world.”

Sempre TIME, nella presentazione di Longari:

The 47-year-old Longari recently told TIME that, from his perspective behind the camera, 2012 was “another year of revolutions, protests, violent acts and sheer madness. [It seems] like humanity has lost its bearings, yet again.”

“It was a sad scene,” he told TIME. “All the energy and the expectations of the young people with whom I shared long days and nights in Tahrir Square the year before, all was being hijacked and taken away, lost in political games. It has been difficult to find images that made sense … that were not simple repetitions of what was done a year before.”

“I was waiting for casualties to arrive at the al-Shifa hospital in Gaza City after an air raid,” he told TIME. “Phone lines with Jerusalem [where his wife and two children live] went dead. It took me some time to compose myself and get back to the routine of doing what I do. But in the faces of the colleagues around me, I recognized what my face must look like every time a bomb or a rocket falls near their families. Photography is compassion — and that scene in Gaza was the most humbling lesson in compassion I’ve experienced in my career.”

C’è questa frase che dice Longari2, che mi fa pensare. Lui dice che era lì all’ospedale, ad aspettare i feriti. Poi succede qualche altra cosa, e parla di compassione, ma mi sembra rivelatorio il diverso approccio dei due fotografi che si rispecchia chiarissimo nelle fotografie che poi mostrano. Longari è in un’ospedale aspettando di ritrarre scene di feriti e sangue e morti ammazzati. Muheisen è invece tra i vicoli degli slums dei rifugiati, a ritrarre come ragazzini con un passato tremendo, un presente incerto e un futuro ignoto ma probabilmente cortissimo, riescano a giocare, divertirsi, guardare la fotocamera — e quindi noi Occidentali — dritti negli occhi.

A che punto si cessa di cercare il buono e il bello nel mondo e ci si incaglia sulle brutture e storture della società? Questo me lo chiedo perché io stesso mi accorgo di una mia naturale evoluzione verso un cinismo che non avevo assolutamente a vent’anni. E quando leggo appunto il saggio di Keegan, sono combattuto tra la condivisione di questa gioia che trasmettono le sue parole e un moto di scherno per questa ragazzina che crede che i suoi pari che l’hanno protetta dalla solitudine saranno ancora lì ad accudirla, a spronarla, quando dopo 10 anni ci si ritrova nel mondo reale con bollette da pagare, impegni da rispettare, gli sgambetti, o peggio, l’indifferenza di quelli che chiamavi amici.

Non ho risposte a questo, vedo mia figlia crescere e temo un po’ il mio atteggiamento disincantato — ma spero comunque di trasmettere a mia figlia una voglia di vivere, di sperimentare, di abbracciare il mondo intero, ispirata da storie come quelle di Muhammed Muheisen e Marina Keegan.


  1. una nota da nerd che volevo aggiungere sulle foto di Muheisen: mi sembrano incredibilmente moderne e allo stesso tempo desiderose di raggiungere un ideale di classicità che spero mantengano nel tempo. “Moderne” perché sfrutta pesantemetne lo sfocato selettivo in qualsiasi condizioni di luce che evidentemente è conseguenza dell’uso di focali molto luminose e sensori capaci di lavorare ad alti ISO senza degrado della qualità. Mi piacerebbe anche vederle stampate o fare una analisi da pixel-peeper tipo zoom al 100% per studiare micromosso e quanto il piano di fuoco incredibilmetne sottile di un 85/1.2 o 50/1.4 sia centrato sul classico occhio da ritrattista. Sarebbe bello capire anche quanto i moderni fotogiornalisti siano ‘preoccupatì della qualità ultima dei loro scatti se poi la maggior parte delle visioni verranno fatte a scala web, dove il sottocampionamento e riduzione di risoluzione impedisce di apprezzare gli eventuali problemi di mosso, errore di focheggiatura, rumore digitale. Altra cosa che apprezzo tantissimo, visto che ultimamente sentivo fin troppo pressante la spinta dei vari social media verso la santificazione dell’iphone e delle app che imponevano l’uso di pesanti filtri di post-processing, è la scelta di usare colori ‘naturali’ e non troppo forzati. 

  2. Ci tengo a dire che ho preso le foto di Longari come esempio di un certo tipo di fotogiornalismo. Lungi da me l’idea di denigrare in qualche modo l’attività di questo fotogiornalista che ha un coraggio, una capacità tecnica e uno stomaco solo da rispettare. Ho preso Longari come esempio proprio perché trovo che le sue foto siano incredibilmente dure ed efficaci, e se emerge da questo mio commento una certa critica negativa nei suoi confronto è solo dovuta al fatto di non condividere personalmente il suo approccio, ma mi inchino di fronte alla sua maestria.